Categoria: Riva

Ti odio – nuovo tormentone su Facebook

Mi stavo giusto chiedendo ieri come in Facebook certe novità si diffondano con una velocità esponenziale.

Ultimo esempio, dopo il maledetto Farmville, che ha fatto perdere il lavoro ad alcune persone, è il TI ODIO.

 

Una sorta di Motivator all’italiana dove però si indica ciò che rende la vita di tutti i giorni un po’ più fastidiosa. Un esempio? 

Batuffolo di lanuggine che si crea nell’ombelico: TI ODIO

Mignolino del piede scalzo che batte sullo spigolo del muro la mattina appena sveglio: TI ODIO.

Ti odio su Facebook

ed altre amenità così.

Ora sono curioso. Quanto durerà questa moda idiota? Io sono propenso a dare non più di due mesi…

Non che ne voglia all’inventore di questa ennesima notizia-riempi-pagine-delle-notizie-web-dei-quotidiani, però c’è un limite a tutto…anche se devo dire, tanto di cappello…

Per chi volesse odiare in un mondo pieno d’amore ecco la pagina incriminata.

http://www.facebook.com/pages/VIODIO/119358954756289

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://carlonicolini.altervista.org/index.php/Informatica-e-Web/Notizie-dal-web/Ti-odio-nuovo-tormentone-su-Facebook.html

Homo nerdus

 La parola nerd è un insulto?
Fino a poco tempo fa non v’era ombra di dubbio. I dizionari stessi intendevano nerd un termine offensivo,
usato per offendere l’aspetto, l’igiene e le capacità sociali di una persona.

Il significato della parola nerd risale ancora agli anni 50 ed appare  nella storia del Dr.Seuss, “If I Ran the zoo”,
anche se si riferiva ad un animale di fantasia piuttosto che ad una persona socialmente inetta.

Dopo diversi anni in cui sentirsi dare del nerd era qualcosa di negativo, il termine ha rivalutato il suo significato,
diventando addirittura (per alcuni, intendiamoci ) un complimento.

L’enciclopedia Encarta in versione inglese, sotto la voce “nerd” riporta:
“A single-minded enthusiast: somebody who is considered to be excessively interested in a subject or
activity that is regarded as too technical or scientific”.
In parole italiane, nerd, è un monomaniaco fanatico, considerato eccessivamente interessato in una materia
nornalmente considerata troppo tecnica o scientifica.

Le parole “eccessivamente interessato” e “troppo tecnica” mantengono comunque un’accezione negativa.

La definizione di Wikipedia risulta ancora ambigua. Testualmente riporto dalla versione inglese
“A person who passionately pursues intellectual activities, esoteric knowledge or other obscure interests
that are age inappropriate rather than engaging in more social or popular activities”
Secondo Wikipedia, il nerd è una persona che ricerca assiduamente attivitià intellettuali, conoscenze esoterica o altri
interessi oscuri, inappropriati alla propria età, piuttosto che intrattenere rapporti sociali e cimentarsi in attività
più popolari.

Devo dire che i termini “obscure interests” e “esoteric knowledge” mi sembrano piuttosto inadatti o quantomeno esagerati
e dipingono il nerd piuttosto come un moderno mago o alchimista.

La popolazione nerd ama distinguersi in quanto nerd. I nerd, in quanto gruppo, amano chiamarsi “nerdom”, mentre
la tendenza a manifestare comportamenti tipici dei nerd, è indicata dal neologismo “nerdità”.

Una attività “nerd-oriented” di lunga durata, come maratone del Signore degli Anelli o partite notturne a Dungeon’s and Dragons
viene indicata come “nerdathon”. Se il “nerdathon” è svolto da alcuni giovincelli attaccati ad una rete LAN locale
per giocare all’ultima versione del più noto sparatutto, si parla invece di nerdstorm (detto anche LANnata ).

Altra attività che alla persona comune può non fare naturalmente venire in mente il mondo nerd è la cucina.
Peccato però che i biscotti vengano cucinati a forma di Sonic o XBox 360. La gente (nerd) che si dedica a queste
attività è detta “gamecakers”.

Musicalmente parlando l’orizzonte nerd è quantomeno monotematico. Il rap che parla di computer, tecnologia e quant’altro
è detto nerdcore, mentre alcuni preferiscono il geeksta, in contrapposizione con il suburbano gangsta.

Recentemente i nerd hanno iniziato a congregarsi in associazioni ed addirittura in zone urbane, denominate con non poca
fantasia, dall’urbanista Joel Kotkin, “nerdistan”.

I nerd che sono riusciti a sfondare, grazie alla loro assidua abnegazione, sono i famosi “millionerds”, altrimenti detti anche
“entreprenerds”.

Tutti questi “nerdologismi”, per un non-nerd, sembrano ancora offese, ma il buon vero “nerd” non si preoccupa di questo: fa spalluce, si sistema gli occhiali e
continua a fare quello per cui era ossessionato.

I nerd sono fieri della loro “nerdaggine” e ritengono che vivere nerdamente sia la migliore vendetta su i non-nerd!

 

Nerd al lavoro

(Traduzione sommaria da http://spectrum.ieee.org/geek-life/profiles/homo-nerdus )

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://carlonicolini.altervista.org/index.php/Informatica-e-Web/Notizie-dal-web/Homo-nerdus.html

iWatermark download Mac e WIndows

 Ho trovato un programmetto interessante per aggiungere in batch in watermark alle proprie immagini, a patto che si abbia un mac.

http://www.plumamazing.com/mac/iwatermark

Il programma si chiama iWaterMark, si può scaricare una demo free direttamente dal sito, esiste anche una versione per Windows


 

Foto presa da http://homepage.mac.com/uomoragno/iblog/C1905307585/E20060124152812/

 

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://carlonicolini.altervista.org/index.php/Informatica-e-Web/Notizie-dal-web/iWatermark-download-Mac-e-WIndows.html

Il buono, il brutto ed il cattivo nel tuning di Windows 7

Come utente (purtroppo) di Windows 7 mi trovo spesso a che fare con problemi di tuning. Sono pochi mesi che lo ho installato e già ci mette parecchio ad avviarsi, altro che il mio buon Mac OsX, 30 secondi e sono operativo!

Good practice Windows tuning

Per quanto riguarda Windows, esistono tantissimi programmetti che la gente fa semplicemente per potersi arricchire e tanti altri che invece servono veramente. In questa simpatica immagine sono mostrate delle “best practice” cui ogni buon utente di windows dovrebbe attenersi, mentre altre invece altamente sconsigliate.

Fra le pratiche sconsigliate troviamo primo fra tutti, utilizzare il disgustoso Windows Media player, ovvero il programma che si prende possesso dei nostri media, apre il nostro computer come groviera ad attacchi informatici e ci fa consumare risorse CPU in maniera avida.

Un’altra cosa altamente sconsigliata sembra la pratica di cancellazione dei file di prefetch di Windows. Questi dovrebbero in teoria aiutare l’avvio dei programmi a scapito del consumo di spazio su hard disk.

 PC dust, polvere

Una pratica invece diventata di fatto inutile è quella della deframmentazione dischi e soprattutto la disattivazione di processi apparentemente inutili.

Chiaramente non si fa riferimento alle famigerate X-bar , dove X={ google, ask, etc }. Queste sono applicazioni mangia RAM, mangia CPU ed inutili. Non installatele mai!

 

Un altro trucchetto per risparmiare energia e prevenire danni incredibili. Spolverare frequentemente l’interno del PC, non vorrete trovarvi in situazioni del genere

 

 

 

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://carlonicolini.altervista.org/index.php/Informatica-e-Web/Notizie-dal-web/Il-buono-il-brutto-ed-il-cattivo-nel-tuning-di-Windows-7.html

Risparmiare Watt di energia su Windows 7

Un comodo programma che permette di risparmiare dal 15% al 30% di energia, disponibile sia per Windows sia per Linux, si chiama Granola.

 Il programmetto gira in background e tiene effettuato lo scaling della CPU al livello minimo, in modo da consumare meno corrente.

 

 Potete scaricare Granola direttamente cliccando sull’immagine sopra che vi porterà al sito.

 

 

Lo dico sinceramente, ho installato questo programma con un Wattmetro attaccato alla presa elettrica. Devo dire che NON ho notato differenze.

Un bel trucco invece per risparmiare energia elettrica è quello di diminuire la luminosità del monitor ed usare wallpaper neri.

Ho notato infatti che per il mio monitor, un 19 pollici della HP, passare da luminosità 100% a luminosità 40% (un livello più che accettabile per vedere chiaramente in un ambiete illuminato, fidatevi) permette di risparmiare la bellezza di 15 Watt!

 

Ora veniamo ai conti.

Supponiamo di utlizzare il nostro PC fisso per una media di 5 ore al giorno (fattibile, direi). Il nostro monitor, un 19 pollici da circa 40 Watt, con luminosità al 100% consumerebbe, proiettato su 365 giorni, una quantità di corrente pari  a 

ENERGIA = Watt * Tempo =  40 * 5 * 365 = 73 Kwh

 

Il prezzo attuale dell’energia elettrica è di (circa) 0.15 €/Kwh vale a dire che ogni anno un PC fisso consuma per l’illuminazione dello schermo circa 11 €.

Diminuendo la luminosità al 40% si risparmierebbero 6 euro!

Ok sembrano cifre modeste però considerate le ore che passate davanti al PC, sono più di 5 sicuramente. Sono anche sicuro che il vostro schermo è più grande di 19″ e quindi consuma di più.

 

 

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://carlonicolini.altervista.org/index.php/Informatica-e-Web/Notizie-dal-web/Risparmiare-Watt-di-energia-su-Windows-7.html

Australopithecus sediba, una nuova australopitecina sudafricana

Non chiamatelo anello mancante!

pezzo originalmente pubblicato su Pikaia

Circa un secolo fa una terra, il Sudafrica, particolarmente ricca di minerali cominciò a restituire ai cercatori anche preziosi fossili di antichi ominidi (basta pensare all’Australopithecus africanus di Raymond Dart scoperto negli anni ’20). Molti di questi ritrovamenti erano dovuti proprio all’attività dei minatori che, sventrando il terreno per ricavarne minerali, finivano per portare in superficie frammenti di ossa curiose, indizi sulla direzione da seguire per scoprire i segreti dell’evoluzione del genere uomano e dei suoi parenti evolutivi. É stato proprio osservando scarti di estrazione vecchi di un secolo che il 15 Agosto del 2008 Matthew Berger, figlio giovanissimo del paleantropologo Lee Berger, ha scoperto una clavicola appartenente a un membro di una nuova e interessante specie: Australopithecus sediba (sediba significa “fontana” o “sorgente” in Sotho, una delle lingue africane). Dopo due anni di scavi il gruppo di ricercatori guidato da Lee Berger dell’Università del Witwaterstrand ha finalmente pubblicato su Science i risultati dell’analisi di due esemplari, un giovane maschio e una femmina adulta, ritrovati nelle vicinanze e rimasti intrappolati in una grotta sotterranea fino al momento della loro morte, avvenuta circa 2 milioni di anni fa.

Le caratteristiche di questa australopitecina vissuta in uno dei momenti più rilevanti (dal nostro punto di vista antropocentrico) della storia evolutiva, ovvero quello in cui compaiono le prime specie di Homo, sono di notevole interesse e potrebbero spingere addirittura a revisionare l’interpretazione di Homo habilis e Homo rudolfensis, o perlomeno questo è ciò che gli autori dello studio auspicano e suggeriscono, pur con la dovuta cautela. La prima cosa da notare è che Australopithecus sediba somiglia in maniera notevole ad Australopithecus africanus, vissuto fino a circa mezzo milione di anni prima, per buona parte dello scheletro postcranico, dalle proporzioni degli arti alla taglia corporea, e per quanto riguarda il ridotto volume cranico (di circa 420 cc in sediba); si differenzia quindi parecchio dai parantropi vissuti nello stesso periodo e, assieme ad Australopithecus garhi, è quindi l’unica specie di questo genere di cui abbiamo resti databili a questo intorno di tempo, e qui entrano in gioco Homo habilis e Homo rudolfensis. Queste due specie sono considerate le prime rappresentanti del genere umano e sono comparse molto prima di Australopithecus sediba (circa 2,4 milioni di anni fa rudolfensis e poco dopo habilis), subito dopo la scomparsa di Australopithecus africanus), mettendolo così fuori gioco per quanto riguarda una sua eventuale posizione tra gli antenati dell’uomo e “relegandolo” al ruolo di semplice australopitecina; tuttavia Berger e colleghi portano all’attenzione in questo articolo proprio una serie di caratteristiche che potrebbero ribaltare la situazione.

Comparando Australopithecus sediba a Homo ergaster, difatti, si notano somiglianze sia nella struttura del viso e nella ridotta dimensione dei denti che nei fianchi, dove entrambe le specie mostrano adattamenti a una camminata in posizione eretta più efficiente; somiglianze assenti in Homo habilis e Homo rudolfensis che però, è bene ricordarlo, presentano una capacità cranica molto maggiore segno, secondo l’interpretazione più radicata nella comunità scientifica, della loro appartenenza al genere umano. L’ipotesi dei ricercatori è in realtà duplice: Australopithecus sediba potrebbe essere un diretto antenato di Homo ergaster o, alternativamente, un sister group del diretto antenato, originatosi anch’esso da Australopithecus africanus. Secondo questa interpretazione l’accrescimento della capacità cranica non sarebbe un segno distintivo della linea evolutiva che ha portato al genere umano, e ne sarebbe invece uno sviluppo più tardo di quanto si pensasse. Una spiegazione alternativa non direttamente esplicitata dagli autori dello studio è che queste caratteristiche siano frutto di semplice evoluzione convergente e, quantomeno per la struttura del bacino che può facilmente essere il frutto di un adattamento allo stesso ambiente di Homo ergaster, questa potrebbe effettivamente essere l’interpretazione più economica.

Ad ogni modo il dibattito non si è fatto attendere ed entrambe le posizioni hanno i loro sostenitori, degni di nota ad esempio Donald Johanson che si rammarica addirittura che la specie non sia stata inserita nel genere Homo e Tim White che la considera solo un esponente tardivo di Australopithecus africanus (e fa notare come il fatto che l’individuo che fa da olotipo sia relativamente giovane possa aver distorto alcune sue caratteristiche salienti). Quello che è sicuro è che questa nuova specie aiuterà a comprendere meglio molti frammenti fossili raccolti in altri siti che ancora non si è riusciti ad assegnare a una specie, mentre per quanto riguarda il posto di Australopithecus sediba ci sarà da attendere: con materiale di almeno altri due individui ancora da pubblicare ulteriori soprese potrebbero essere in arrivo.

Questo il video della ricostruzione 3d del cranio della nuova specie.

Riferimenti:
Lee R. Berger, Darryl J. de Ruiter, Steven E. Churchill, Peter Schmid, Kristian J. Carlson, Paul H. G. M. Dirks, Job M. Kibii. Australopithecus sediba: A New Species of Homo-Like Australopith from South Africa, Science 9 April 2010: Vol. 328. no. 5975, pp. 195 – 204 DOI: 10.1126/science.1184944

Paul H. G. M. Dirks, Job M. Kibii, Brian F. Kuhn, Christine Steininger, Steven E. Churchill, Jan D. Kramers, Robyn Pickering, Daniel L. Farber, Anne-Sophie Mériaux, Andy I. R. Herries, Geoffrey C. P. King, Lee R. Berger. Geological Setting and Age of Australopithecus sediba from Southern Africa, Science 9 April 2010: Vol. 328. no. 5975, pp. 205 – 208 DOI: 10.1126/science.1184950

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://scienzology.blogspot.com/2010/04/australopithecus-sediba-una-nuova.html

Australopithecus sediba, una nuova australopitecina sudafricana

Non chiamatelo anello mancante!pezzo originalmente pubblicato su PikaiaCirca un secolo fa una terra, il Sudafrica, particolarmente ricca di minerali cominciò a restituire ai cercatori anche preziosi fossili di antichi ominidi (basta pensare all’Austra…

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://scienzology.blogspot.com/2010/04/australopithecus-sediba-una-nuova.html

Australopithecus sediba, una nuova australopitecina sudafricana

Non chiamatelo anello mancante!

pezzo originalmente pubblicato su Pikaia

Circa un secolo fa una terra, il Sudafrica, particolarmente ricca di minerali cominciò a restituire ai cercatori anche preziosi fossili di antichi ominidi (basta pensare all’Australopithecus africanus di Raymond Dart scoperto negli anni ’20). Molti di questi ritrovamenti erano dovuti proprio all’attività dei minatori che, sventrando il terreno per ricavarne minerali, finivano per portare in superficie frammenti di ossa curiose, indizi sulla direzione da seguire per scoprire i segreti dell’evoluzione del genere uomano e dei suoi parenti evolutivi. É stato proprio osservando scarti di estrazione vecchi di un secolo che il 15 Agosto del 2008 Matthew Berger, figlio giovanissimo del paleantropologo Lee Berger, ha scoperto una clavicola appartenente a un membro di una nuova e interessante specie: Australopithecus sediba (sediba significa “fontana” o “sorgente” in Sotho, una delle lingue africane). Dopo due anni di scavi il gruppo di ricercatori guidato da Lee Berger dell’Università del Witwaterstrand ha finalmente pubblicato su Science i risultati dell’analisi di due esemplari, un giovane maschio e una femmina adulta, ritrovati nelle vicinanze e rimasti intrappolati in una grotta sotterranea fino al momento della loro morte, avvenuta circa 2 milioni di anni fa.

Le caratteristiche di questa australopitecina vissuta in uno dei momenti più rilevanti (dal nostro punto di vista antropocentrico) della storia evolutiva, ovvero quello in cui compaiono le prime specie di Homo, sono di notevole interesse e potrebbero spingere addirittura a revisionare l’interpretazione di Homo habilis e Homo rudolfensis, o perlomeno questo è ciò che gli autori dello studio auspicano e suggeriscono, pur con la dovuta cautela. La prima cosa da notare è che Australopithecus sediba somiglia in maniera notevole ad Australopithecus africanus, vissuto fino a circa mezzo milione di anni prima, per buona parte dello scheletro postcranico, dalle proporzioni degli arti alla taglia corporea, e per quanto riguarda il ridotto volume cranico (di circa 420 cc in sediba); si differenzia quindi parecchio dai parantropi vissuti nello stesso periodo e, assieme ad Australopithecus garhi, è quindi l’unica specie di questo genere di cui abbiamo resti databili a questo intorno di tempo, e qui entrano in gioco Homo habilis e Homo rudolfensis. Queste due specie sono considerate le prime rappresentanti del genere umano e sono comparse molto prima di Australopithecus sediba (circa 2,4 milioni di anni fa rudolfensis e poco dopo habilis), subito dopo la scomparsa di Australopithecus africanus), mettendolo così fuori gioco per quanto riguarda una sua eventuale posizione tra gli antenati dell’uomo e “relegandolo” al ruolo di semplice australopitecina; tuttavia Berger e colleghi portano all’attenzione in questo articolo proprio una serie di caratteristiche che potrebbero ribaltare la situazione.

Comparando Australopithecus sediba a Homo ergaster, difatti, si notano somiglianze sia nella struttura del viso e nella ridotta dimensione dei denti che nei fianchi, dove entrambe le specie mostrano adattamenti a una camminata in posizione eretta più efficiente; somiglianze assenti in Homo habilis e Homo rudolfensis che però, è bene ricordarlo, presentano una capacità cranica molto maggiore segno, secondo l’interpretazione più radicata nella comunità scientifica, della loro appartenenza al genere umano. L’ipotesi dei ricercatori è in realtà duplice: Australopithecus sediba potrebbe essere un diretto antenato di Homo ergaster o, alternativamente, un sister group del diretto antenato, originatosi anch’esso da Australopithecus africanus. Secondo questa interpretazione l’accrescimento della capacità cranica non sarebbe un segno distintivo della linea evolutiva che ha portato al genere umano, e ne sarebbe invece uno sviluppo più tardo di quanto si pensasse. Una spiegazione alternativa non direttamente esplicitata dagli autori dello studio è che queste caratteristiche siano frutto di semplice evoluzione convergente e, quantomeno per la struttura del bacino che può facilmente essere il frutto di un adattamento allo stesso ambiente di Homo ergaster, questa potrebbe effettivamente essere l’interpretazione più economica.

Ad ogni modo il dibattito non si è fatto attendere ed entrambe le posizioni hanno i loro sostenitori, degni di nota ad esempio Donald Johanson che si rammarica addirittura che la specie non sia stata inserita nel genere Homo e Tim White che la considera solo un esponente tardivo di Australopithecus africanus (e fa notare come il fatto che l’individuo che fa da olotipo sia relativamente giovane possa aver distorto alcune sue caratteristiche salienti). Quello che è sicuro è che questa nuova specie aiuterà a comprendere meglio molti frammenti fossili raccolti in altri siti che ancora non si è riusciti ad assegnare a una specie, mentre per quanto riguarda il posto di Australopithecus sediba ci sarà da attendere: con materiale di almeno altri due individui ancora da pubblicare ulteriori soprese potrebbero essere in arrivo.

Questo il video della ricostruzione 3d del cranio della nuova specie.

Riferimenti:
Lee R. Berger, Darryl J. de Ruiter, Steven E. Churchill, Peter Schmid, Kristian J. Carlson, Paul H. G. M. Dirks, Job M. Kibii. Australopithecus sediba: A New Species of Homo-Like Australopith from South Africa, Science 9 April 2010: Vol. 328. no. 5975, pp. 195 – 204 DOI: 10.1126/science.1184944

Paul H. G. M. Dirks, Job M. Kibii, Brian F. Kuhn, Christine Steininger, Steven E. Churchill, Jan D. Kramers, Robyn Pickering, Daniel L. Farber, Anne-Sophie Mériaux, Andy I. R. Herries, Geoffrey C. P. King, Lee R. Berger. Geological Setting and Age of Australopithecus sediba from Southern Africa, Science 9 April 2010: Vol. 328. no. 5975, pp. 205 – 208 DOI: 10.1126/science.1184950

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://scienzology.blogspot.com/2010/04/australopithecus-sediba-una-nuova.html

Montare server remoti come normali drive in Mac OSX

Se pensavate che la possibilità di navigare graficamente attraverso server remoti fosse possibile solo in Ubuntu, vi sbagliavate.

Nonostante Mac OS X non implementi direttamente questa caratteristica, ci vengono in aiuto due comode utility completamente Open Source che permettono di navigare graficamente in server remoti ftp, sftp, ssh, aprire file, editarli con il nostro programma preferito proprio come se si fosse sul proprio disco.

Prima installiamo MacFuse, progetto di Google Code

Mac Fuse

http://code.google.com/p/macfuse/

o direttamente il file di installazione

http://macfuse.googlecode.com/files/MacFUSE-2.0.3%2C2.dmg

ed installiamolo, seguendo la procedura.

Al termine riavviamo il nostro Mac.

Questo programma è un interfaccia che permette di montare drive di diverso tipo nel finder.

Ora per poter navigare via ftp dobbiamo installare MacFusion

http://www.macfusionapp.org/

scaricare il file di installazione, decomprimerlo e copiarlo nelle nostre Applicazioni.

Dopodichè potremo impostare il nostro server, ad esempio per una connessione sftp, selezionando il segno “+” in basso a sinistra

MacFusion Mount   MacFusionApp

 

Per default il drive verrà montato in /Volumes/ se andremo a spulciare, troveremo il drive remoto montato come una normale chiavetta USB o hard-disk esterno! Incredibile e comodissimo.

 

Potremo anche aprire un file in remoto con una qualsiasi applicazione, ad esempio modificare direttamente un documento OpenOffice!

 

 

scarichiamo il file a lato

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://carlonicolini.altervista.org/index.php/Informatica-e-Web/Notizie-dal-web/Montare-server-remoti-come-normali-drive-in-Mac-OSX.html

Complessità e autorganizzazione

Cercando di descrivere fenomeni naturali si incorre spesso in situazioni apparentemente caotiche (la distribuzione delle nuvole, le fiamme in movimento). Si resta però colpiti dalle loro caratteristiche di autorganizzazione.

Si è di fronte ad un sistema dinamico lontano dall’equilibrio (struttura dissipativa), in cui l’evoluzione è legata a leggi non deterministiche, descritte dalla matematica frattale.

La scienza dei sistemi studia la coerenza che emerge spontaneamente dall’interazione di oggetti elementari: comportamenti semplici ripetuti milioni di volte descrivono un sistema caotico. Ma in mancanza di un progetto esterno dove trovano i singoli elementi d’un sistema un piano di evoluzione nell’organizzazione, come può un sistema AUTORGANIZZARSI?

Il manifestarsi d’un comportamento autorganizzato dipende da cinque condizioni fondamentali: Un grandissimo numero di elementi costituenti il sistema Interazione indiretta fra elementi Rifornimento energetico dall’esterno.

Opportune configurazioni iniziali che siano da suggerimento all’evolversi del sistema Incessante esplorazione di ogni singolo elemento di tutti gli stati energetici attraverso piccole variazioni casuali. L’ultimo punto indica la presenza del rumore, della disorganizzazione nella creazione di coerenza. Esempi di sistemi autorganizzantesi sono sotto i nostri occhi ovunque. Uno di questi sono gli anelli di Saturno: un’infinità di particelle, caratterizzate da un comportamento irregolare ed imprevedibile, si distribuiscono in fasce ben determinate.

La compresenza confinamento e irregolarità da luogo a strutture frattali. Un sistema complesso è quindi: Costituito di molti elementi in relazione fra loro. Non è isolato, ma scambia in continuo materia ed energia. Manifesta caratteristiche d’organizzazione. L’ideale riduzionistico della scienza classica è messo in crisi: un evento non si può più scomporre per esaminarne in piccolo ogni aspetto.

Bisogna tenere conto delle interazioni come elementi anch’essi e quando come nei fenomeni complessi le iterazioni sono circolari, si deve ammettere l’imprevedibilità d’un evento: può il battito d’ali d’una farfalla a Pechino causare un uragano a Los Angeles? Modelli complessi sono simulabili numericamente al computer ma logicamente non si può pretendere che essi descrivano il comportamento del sistema in ogni istante. Si parla, anche in matematica, di “dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali”.

Essa non è elimininabile perché risultato di inevitabili approssimazioni numeriche. Le simulazioni al calcolatore permettono di definire un caos deterministico, una situazione irregolare confinata in una regolarità complessiva.

In conclusione come si può volere attuare un determinismo universale se non si riesce nemmeno a prevedere con precisione la caduta delle gocce da un rubinetto? Il pensiero tradizionale è insufficiente né la scienza del caos ci aiuta a semplificare il mondo ma ci richiama però la necessità di non schematizzare eccessivamente non solo nell’attività scientifica ma anche nella vita quotidiana.

BIBLIOGRAFIA Gianni Zanarini, Finestre sulla complessità 1996 edit. Scienza

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http://carlonicolini.altervista.org/index.php/Fisica-e-scienze/Raccolta-dispense-universitarie/Complessita-e-autorganizzazione.html

Caos e frattali in fisiologia umana

Il caos nella funzione biologica è proprio dello stato di salute, mentre la periodicità può essere patologica.

Un monitoraggio del ritmo cardiaco mostra come la frequenza dei battiti cambi a volte in modo sensibile da un minuto all’altro o da un’ora all’altra; una broncoscopia consente di osservare come la trachea si ramifichi in vie aeree sempre più strette. Di fronte a questi fenomeni si può arrivare a percepire come l’intervallo tra i bat­titi cardiaci vari in modo caotico e la ramificazione delle vie aeree assomigli a un frattale. Solo recen­temente, però, fisiologi e clinici hanno cominciato a quantificare la possibilità dell’esistenza di di­namiche caotiche e architetture frattali; nuove ri­cerche stanno mettendo in discussione principi dati per scontati dalla medicina e si stanno riconoscendo nuovi potenziali segni premonitori di malattia. L’interpretazione convenzionale vuole che la malattia e la vecchiaia siano l’esito del logo­ramento di un sistema ordinatamente deterministi­co e che questo logoramento riduca l’ordine, pro­vocando risposte erratiche dell’organismo o scom­bussolandone i normali ritmi periodici. Negli ultimi cinque anni, noi e altri nostri colleghi abbiamo scoperto che il cuore e altri sistemi fisiologici possono comportarsi erraticamente, specialmen­te quando sono giovani e in buona salu­te. Al contrario, un aumento della rego­larità del funzionamento si accompagna a volte alla vecchiaia e alla malattia. Irregolarità e imprevedibilità sono ca­ratteristiche importanti dello stato di sa­lute; mentre una variabilità diminuita e periodicità accentuate sono associate a molte malattie. Stimolati da queste ipotesi, noi e altri fisiologi abbiamo cercato periodicità che potessero segnalare l’evoluzione di stati patologici (specialmente malattie car­diache). Inoltre abbiamo cominciato ad analizzare la flessibilità e la consistenza di strutture frattali irregolari e l’adatta­bilità e stabilità di sistemi che si compor­tano in modo apparentemente caotico. Caos e frattali sono argomenti asso­ciati allo studio dei fenomeni non lineari, ossia dei sistemi che rispondo­no sproporzionatamente a stimoli. La teoria della dinamica non lineare ha fornito chiarimenti sui fenomeni epide­mici, sulla cinetica di alcune reazioni chimiche e sui mutamenti del tempo atmosferico. In certe condizioni, siste­mi non lineari deterministici – quel­li costituiti soltanto da pochi semplici elementi [nessuno dei quali aleatorio, ndt] – si comportano in modo errati­co: uno stato chiamato caos. Il caos de­terministico dei sistemi dinamici non lineari non è l’analogo del caos nel senso letterale di completa disorganizzazione e casualità. Il caos non lineare si riferisce a un tipo di casualità vincolata che può essere associata con la geometria frattale. Le strutture frattali sono spesso esito di dinamiche non lineari caotiche: quando fenomeni caotici modellano l’ambiente (la risacca del mare, le turbolenze atmosferiche, i movimenti geologici), ne rimangono a testimonianza forme frattali (linee costiere, nubi, formazioni rocciose). Ciononostante la matematica dei frattali si è sviluppata indipendentemente da quella delle dinamiche non lineari e anche oggi le connessioni fra le due discipline non sono del tutto definite. Un frattale consiste di frammenti geometrici di grandezza e di orientamento variabile, ma con forma simile. Certi neuroni, per esempio, hanno una struttura simile ai frattali. Se si esaminano tali neuroni a basso ingrandimento si possono osservare ramificazioni asimmetriche, i dendriti, connesse con i corpi cellulari. A ingrandimento leggermente superiore si osservano ramificazioni più piccole a partire da quelle più grandi. Aumentando ulteriormente l’ingrandimento, si può scorgere un altro livello di dettaglio: ramificazioni di ramificazioni di ramificazioni. Anche se la ramificazione del neurone a un certo livello si ferma, i frattali ideali possiedono infiniti dettagli (si veda l’articolo L’accrescimento dei frattali di Leonard M. Sander in «Le Scienze» n. 223, marzo 1987). Forse ancora più notevole è il fatto che i dettagli di un frattale, a una certa scala, sono simili (seppur non necessariamente identici) a quelli della struttura vista a ingrandimento maggiore o minore. Di fronte a due fotografie di dendriti a differenti livelli di ingrandimento (senza alcun riferimento di scala sull’immagine), può essere difficile riconoscere a quale ingrandimento corrisponda una determinata fotografia. Questa proprietà interna, comune a tutti i frattali, è chiamata autosomiglianza. L’essere composto da dettagli autosimili a qualsiasi ingrandimento fa sì che il frattale non abbia lunghezza definita. Se si prova a misurare la lunghezza di un frattale con un righello, costruito in base a una data unità di misura, alcuni dettagli saranno comunque più piccoli di quanto l’unità di misura possa misurare. Pertanto, al crescere della risoluzione la lunghezza di un frattale aumenta. Dato che la lunghezza non è per i frattali un concetto significativo, i matematici calcolano la «dimensione frattale» per quantificare quanto spazio venga occupato da essi. Il concetto di dimensione si applica convenzionalmente agli oggetti della geometria classica, o euclidea. Le linee hanno dimensione uno, i cerchi hanno dimensione due, le sfere hanno dimensione tre. Ma i frattali hanno dimensioni [anche, ndt] frazionarie. Mentre una linea regolare euclidea occupa precisamente uno spazio a una dimensione, la linea frattale si dipana all’interno di uno spazio a due dimensioni. Una linea frattale – una linea costiera, per esempio-ha perciò dimensione compre sa fra uno e due. Allo stesso modo una superficie frattale – una montagna, per esempio – ha una dimensione che varia fra due e tre. Maggiore è la dimensione di un frattale, maggiore è la probabilità che una determinata regione di spazio contenga una porzione di quel frattale. Nel corpo umano strutture riconducibili ai frattali sono osservabili nelle reti di vasi sanguigni, di fibre nervose e di strutture canalizzate. Il frattale più attentamente studiato è l’albero bronchiale, il sistema ramificato che trasporta i gas respiratori da e verso i polmoni. Nel 1962, Ewald R. Weibel e Domingo M. Gomez e più tardi Otto G. Raabe e i suoi collaboratori eseguirono dettagliate misurazioni dei diametri interni delle vie aeree. Recentemente due di noi (West e Goldberger) in collaborazione con Valmik Bhargava e Thomas R. Nelson dell’Università della California a San Diego hanno rianalizzato quelle misurazioni, effettuate su calchi di polmone di uomo e di altre specie di mammiferi. Pur con piccole differenze tra le diverse specie, i risultati mostrano tra queste misurazioni rapporti tipici di oggetti frattali. Anche molti altri organi sembrano frattali, sebbene le loro dimensioni non siano state ancora quantificate. Nel cuore, le strutture frattali hanno un ruolo vitale nella meccanica della contrazione e nella conduzione dello stimolo elettrico eccitatorio. Per esempio una rete frattale di arterie e vene coronarie trasporta sangue da e verso il cuore. James B. Bassingwaighte e Hans van Beek dell’Università di Washington hanno recentemente utilizzato la geometria frattale per spiegare alcune anomalie nelle modalità del flusso sanguigno coronarico, la cui interruzione può causare l’infarto miocardico. Inoltre un intreccio frattale di fibre di tessuto connettivo all’interno del cuore – le corde tendinee – lega le valvole mitrale e tricuspide al muscolo sottostante. Se questi tessuti dovessero rompersi, vi sarebbe un forte rigurgito di sangue dai ventricoli agli atrii, seguito da insufficienza cardiaca congestizia. Infine l’architettura frattale è evidente anche nelle ramificazioni di certi muscoli cardiaci così come nel sistema di Purkinje, che conduce i segnali elettrici dagli atrii ai muscoli cardiaci dei ventricoli. Nonostante che queste strutture anatomiche di tipo frattale facciano da supporto a funzioni evidentemente diverse in organi differenti, esse hanno in comune tratti strutturali e fisiologici. Ramificazioni o ripiegature frattali amplificano grandemente la superficie disponibile per l’assorbimento (come nel caso dell’intestino), la distribuzione e la raccolta dei soluti (vasi sanguigni, dotti biliari e albero bronchiale) e per l’elaborazione delle informazioni (reti di neuroni). Le strutture frattali, anche in virtù della loro ridondanza e irregolarità, sono piuttosto resistenti a eventuali danni. Il cuore, per esempio, può continuare a pompare con uno svantaggio meccanico relativamente modesto anche in caso di un danno esteso al sistema di Purkinje. Le strutture frattali del corpo umano si originano attraverso una dinamica lenta di sviluppo ed evoluzione embrionale. Abbìamo ipotizzato che tali processi – come altri che producono strutture frattali – mostrino un caos deterministico. Recenti ricerche in campo fisiologico hanno portato alla luce altri esempi di dinamiche apparentemente caotiche in scale temporali di più breve durata, sperimentalmente «accessibili». All’inizio degli anni ottanta, quando i ricercatori cominciarono ad applicare la teoria del caos ai sistemi fisiologici, ci si aspettava che il caos sarebbe stato maggiormente osservabile negli stati patologici e nella vecchiaia. In definitiva, l’intuizione e la tradizione medica avevanosostenuto fino ad allora una visione di questo tipo. Se si ausculta il cuore attraverso un fonendoscopio o si rileva il polso, il ritmo cardiaco sembra essere regolare e la frequenza delle pulsazioni sembrano abbastanza costanti. Per questo motivoi cardiologi descrivono ordinariamente la frequenza cardiaca normale come «ritmo sinusale normale». Un’analisi più attenta rivela che individui sani hanno frequenze cardiache che variano considerevolmente anche a riposo. In giovani adulti sani, la frequenza cardiaca, che in media è di circa 60 battiti al minuto, può variare addirittura di 20 battiti al minuto nel giro di pochi secondi. In una giornata la frequenza cardiaca può passare da quaranta a centottanta battiti al minuto. Per almeno mezzo secolo i medici hanno interpretato le fluttuazioni di frequenza cardiaca in termini di omeostasi: i sistemi fisiologici normalmente si comportano in modo da ridurre la variabilità e mantenere costanti le funzioni interne. Secondo questa teoria sviluppata daWalter B. Cannon della Harvard Medical School, qualsiasi variabile fisiologica, inclusa la frequenza cardiaca, dovrebbe ritornare al suo stato stazionario dopo essere stata perturbata. Il principio dell’omeostasi suggerisce che le variazioni della frequenza cardiaca sono semplicemente risposte transitorie a un ambiente oscillante. Si potrebbe ragione-volmente immaginare che, nella malattia o nella vecchiaia, l’organismo perda la capacità di mantenere una frequenza cardiaca costante a riposo e che quindi la variabilità aumenti. Ma le cose si presentano altrimenti a chi misuri scrupolosamente i normali intervalli tra battiti cardiaci e li registri in tutto l’arco di una giornata. La serie temporale ottenuta sembra irregolare e,a prima vista, completamente casuale. Esaminando però il grafico a differenti scale temporali, emergono alcune caratteristiche. Se ci si concentra sulla serie temporale relativa all’arco di poche ore, si riscontrano fluttuazioni più rapide, le cui escursioni e la cui sequenza sembrano in qualche modo simili a quelle trovate in serie temporali più lunghe. A scale temporali ancora più ristrette (minuti), è possibile osservare fluttuazioni ancora più rapide che sembrano sempre molto simili all’andamento iniziale. sistema – come un pendolo ideale senza attriti – che evolve verso uno stato periodico. Nello spazio delle fasi vicino al ciclo limite le traiettorie seguono un percorso regolare che può essere circolare o ellittico. Altri attrattori, definiti semplicemente «attrattori strani», descrivono sistemi che non sono né statici né periodici. Nello spazio delle fasi vicino a un attrattore strano, due traiettorie che presentano condizioni iniziali praticamente identiche divergono rapidamente e su lunghe distanze temporali divengono molto differenti. Un sistema la cui descrizione presenta attrattori strani è caotico. Abbiamo recentemente analizzato la rappresentazione dello spazio delle fasi per il battito cardiaco normale. I risultati mostrano un comportamento più simile a un attrattore strano che non a un attrattore periodico, caratteristico di un processo realmente regolare. Queste osservazioni concordano con le indagini cliniche che hanno dimostrato come la dinamica di un battito cardiaco normale possa essere caotica. Il meccanismo responsabile di una variabilità caotica nella frequenza cardiaca dell’individuo sano nasce probabilmente entro il sistema nervoso. Il nodo senoatriale (il pacemaker naturale del cuore) riceve il segnale dalla parte involontaria del sistema nervoso, il sistema nervoso autonomo; questo, a sua volta, ha due componenti principali: il sistema parasimpatico e quello simpatico. La stimolazione parasimpatica diminuisce la frequenza di scarica delle cellule del nodo senoatriale, mentre una stimolazione simpatica ha l’effetto opposto. Queste due componenti agiscono come un continuo tiro alla fune sul pacemaker. Le fluttuazioni della frequenza cardiaca nei soggetti sani sono il risultato di questo continuo alternarsi di stimoli. Recentemente alcuni ricercatori, tra i quali Richard J. Cohen e colleghi del Massachusetts Institute of Technology, hanno quantificato la riduzione della variabilità del battito cardiaco a seguito di un intervento di trapianto cardiaco nel corso del quale le fibre nervose del sistema autonomo vengono recise. Osservazioni compiute in diversi laboratori suggeriscono che il caos è una caratteristica normale di altre componenti del sistema nervoso. Gottfried Mayer-Kress al Los Alamos National Laboratory, Paul E. Rapp del Medical College of Pennsylvania e Agnes Babloyantz e Alain Destexhe dell’Università libera di Bruxelles hanno analizzato gli elettroencefalogrammi di giovani soggetti sani e hanno trovato chiare prove di caos nel sistema nervoso. Otto E. Rössler e i suoi colleghi dell’Università di Tübingen hanno anche scoperto segni di caos in componenti del sistema nervoso responsabili della secrezione ormonale. Essi hanno analizzato le variazioni temporali del livello ormonale in soggetti sani e hanno trovato situazioni a quanto pare caotiche. Altri ricercatori hanno simulato l’interazione tra cellule nervose, per mostrare come possa esordire il caos. Walter J. Freeman all’Università di California a Berkeley ha dimostrato come il caos possa instaurarsi in un modello del sistema olfattivo. Il modello comprende un anello a retroazione fra i neuroni e un ritardo nei tempi di risposta. Precedentemente, Leon Glass e Michael C. Mackey della McGill University avevano riconosciuto l’importanza dei ritardi temporali per la produzione di caos. Per quale motivo la frequenza cardiaca e altri sistemi controllati dal sistema nervoso dovrebbero avere dinamiche caotiche? Probabilmente perché tali dinamiche offrono vantaggi funzionali. I sistemi caotici agiscono in un ampio spettro di condizioni e pertanto sono adattabili e flessibili; queste caratteristiche consentono ai sistemi di rispondere alle necessità poste da un ambiente imprevedibile e in continua modificazione. Molte patologie mostrano un aumento di periodicità e una diminuzione di variabilità. Le prime indicazioni del fatto che perfino un cuore sul punto di fermarsi può comportarsi con periodicità vengono dall’analisi di Fourier su forme d’onda di elettrocardiogrammi durante tachicardia parossistica o fibrillazione ventricolare, ritmi molto rapidi che assai frequentemente portano all’arresto cardiaco. Verso la metà degli anni ottanta, Raymond E. Ideker e i suoi colleghi alla Duke University School of Medicine registrarono le forme d’onda associate a fibrillazione ventricolare negli strati più interni del cuore di un cane. Essi riscontrarono che l’attività fibrillatoria all’interno del cuore è un fenomeno molto più periodico di quanto si ritenesse. Nel 1988, due di noi (Goldberger e Rigney) hanno condotto uno studio retrospettivo sugli elettrocardiogrammi di persone che avevano avuto gravi patolo gie cardiache. Si scoprì che la frequenza cardiaca di tali pazienti spesso diventava meno variabile del normale in un momento qualsiasi, da minuti a mesi, prima della morte per arresto cardiaco. In certi casi la variabilità globale della frequenza cardiaca era ridotta; in altri comparivano oscillazioni periodiche della frequenza che poi si interrompevano improvvisamente. In modo quasi identico, il sistema nervoso può mostrare perdita di variabilità e insorgenza di periodicità patologiche in disordini come l’epilessia, il morbo di Parkinson e la sindrome maniaco-depressiva. Inoltre, mentre in soggetti sani il conteggio dei globuli bianchi è stato visto variare caoticamente da un giorno all’altro, si è osservato che in certi casi di leucemia il numero di globuli bianchi oscilla con periodicità. L’andamento periodico in relazione alla malattia e quello apparentemente caotico in relazione alla salute non implicano che tutte le patologie siano associate a un aumento della regolarità. In certe aritmie cardiache il polso è così variabile che lo stesso paziente si lamenta delle cosiddette palpitazioni. Alcuni fra questi eventi rappresentano oscillazioni che sembrano irregolari, ma a un esame più attento si rivelano periodiche. In altre aritmie il battito cardiaco è in effetti imprevedibile. Tuttavia nessuna di queste patologie irregolari si è dimostrata un esempio di caos non lineare, per quanto le pulsazioni possano sembrare «caotiche» in senso colloquiale. In conclusione, la fisiologia sembra uno dei settori più promettenti per lo studio dei frattali e del caos, e di altri tipi di dinamiche non lineari. I fisiologi hanno bisogno di sviluppare una migliore comprensione di come i processi di sviluppo possano portare alla formazione di architetture frattali e di come i processi dinamici che si svolgono all’interno del corpo umano generino caos apparente. Nel prossimo futuro gli studi sui Trattali e sul caos applicati alla fisiologia potranno fornire metodi più sensibili per caratterizzare le disfunzioni dovute a vecchiaia, malattia o sostanze tossiche.

BIBLIOGRAFIA WEST B. J., An Essay on the Importante of Being Nonlinear in Letture Notes in Biomathematics 62, a cura di S. Levine, Springer-Verlag, 1985. GOLDBERGER ARY L. e WEST BRUCE J., Fractals in Physiology and Medicine in «Yale Journal of Biology and Medicine», 60, pp. 421-435, 1987. WEST BRUCE J. e GOLDBERGER ARY L., Physiology in Fractal Dimensions in «American Scientist», 75, n. 4, luglio-agosto 1987. GOLDBERGER A. L., RIGNEY D. R., MIETUS J., ANTMAN E. M. e GREENWALD S., Nonlinear Dynamics in Sudden Cardiac Death Syndrome: Heartrate Oscillations and Bifurcations in «Experientia», 44, pp. 983-987, 1988. MINETTI ALBERTO E., 1 Trattali in biomedicina in Scienza & Tecnica 89190, Arnoldo Mondadori, Milano, 1989.

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://carlonicolini.altervista.org/index.php/Fisica-e-scienze/Raccolta-dispense-universitarie/Caos-e-frattali-in-fisiologia-umana.html

Il genoma dei popoli sudafricani

ma dove vai, se nel database il boscimano non ce l’hai?


pezzo originalmente pubblicato su Pikaia

Da quando è comparsa sul pianeta la nostra specie ha passato in Africa metà del suo tempo: per questo le popolazioni originarie di questo continente presentano una variabilità genetica enorme, praticamente identica per quantità a quella di tutte le altre popolazioni mondiali messe assieme, è stato difatti un piccolo sottoinsieme degli africani a dare origine a queste ultime nei millenni. Nonostante questo sia risaputo da tempo finora la mappatura dei genomi aveva scarsamente interessato le popolazioni africane, e in particolare le più “antiche” tra loro: i boscimani, tra i quali sopravvive peraltro anche lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori, un altro elemento tipico delle origini della nostra specie. Stephan Schuster, assieme a un team internazionale di scienziati di altissimo livello, ha raccolto dati proprio sul genoma di questi popoli e li ha poi pubblicati su Nature.

In totale quattro boscimani hanno donato il proprio genoma alla scienza: !Gubi, G/aq’o, D#kgao e !Aýˆ (se non sapete come pronunciare questi nomi non preoccupatevi, le lingue in cui vengono pronunciati di solito sono tra le più antiche del mondo e contengono suoni peculiari, detti clicks, che non sono presenti in nessun altro idioma) e sono tutti membri molto anziani delle loro tribù scelti per idioma parlato, locazione geografica e aplogruppi presenti nel cromosoma Y. A questi va aggiunto Desmond Tutu, un vescovo i cui antenati rimandano i due più grandi gruppi sudafricani del ceppo Bantu: i Tswama i i Nguni. I genomi di questi cinque individui sono stati comparati con la sequenza di riferimento in cerca di polimorfismi dei singoli nucleotidi, trovando ciò che ci si aspettava, ovvero la conferma della grande variabilità genetica africana e sudafricana in particolare (attestata dall’alto numero di differenze dei singoli nucleotidi), ma anche qualche dato interessante che non si era preventivato.

In generale molte delle peculiarità del loro genoma si spiegano col loro peculiare stile di vita: quello di cacciatori raccoglitori è un “mestiere” che solo i boscimani e pochi altri popoli al mondo fanno ancora, e porta con sé alcune necessità ben riflesse negli adattamenti peculiari di queste genti. Esempi ne sono varianti che garantiscono migliori abilità nello sprint o nel riconoscere certi sapori amari nelle piante (spesso indizi importanti della loro tossicità). Tutte le differenze nucleotidiche sono state comparate anche con i nucleotidi omologhi presenti nel genoma dello scimpanzé, per valutare quanta di questa differenza si fosse originata dopo la differenziazione delle altre etnie da quelle sudafricane; a differenza di quanto ci si aspettasse, il genoma dei popoli più antichi della nostra specie non riflette i nostri antenati molto meglio del nostro, ma mostra invece come anche la loro linea abbia accumulato parecchie variazioni nei millenni.

Alcune varianti nucleotidiche trovate sono però più interessanti ancora: la variante che negli europei è associata alla sindrome di Wolman (che impedisce di accumulare adeguatamente le riserve di grasso e uccide in giovane età) è presente ad esempio in uno dei boscimani, che nonostante l’età avanzata è però decisamente in ottima salute. Proprio per questo è tanto importante estendere la copertura del progetto genoma, che ad oggi possiede dati relativi quasi esclusivamente a genomi di individui europei, al maggior numero di popoli possibile: solo conoscendo approfonditamente la variabilità interna alla nostra specie la ricerca medica potrà beneficiare della potenzialmente utilissima messe di dati proveniente da questa linea di ricerca.

Riferimenti:
Stephan C. Schuster et alii, “Complete Khoisan and Bantu genomes from southern Africa”, Nature 463, 943-947 doi:10.1038/nature08795

Articolo originale? Eccolo, copia questo link:
http://scienzology.blogspot.com/2010/03/il-genoma-dei-popoli-sudafricani.html

Il genoma dei popoli sudafricani

ma dove vai, se nel database il boscimano non ce l’hai?pezzo originalmente pubblicato su PikaiaDa quando è comparsa sul pianeta la nostra specie ha passato in Africa metà del suo tempo: per questo le popolazioni originarie di questo continente prese…

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http://scienzology.blogspot.com/2010/03/il-genoma-dei-popoli-sudafricani.html

Il genoma dei popoli sudafricani

ma dove vai, se nel database il boscimano non ce l’hai?


pezzo originalmente pubblicato su Pikaia

Da quando è comparsa sul pianeta la nostra specie ha passato in Africa metà del suo tempo: per questo le popolazioni originarie di questo continente presentano una variabilità genetica enorme, praticamente identica per quantità a quella di tutte le altre popolazioni mondiali messe assieme, è stato difatti un piccolo sottoinsieme degli africani a dare origine a queste ultime nei millenni. Nonostante questo sia risaputo da tempo finora la mappatura dei genomi aveva scarsamente interessato le popolazioni africane, e in particolare le più “antiche” tra loro: i boscimani, tra i quali sopravvive peraltro anche lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori, un altro elemento tipico delle origini della nostra specie. Stephan Schuster, assieme a un team internazionale di scienziati di altissimo livello, ha raccolto dati proprio sul genoma di questi popoli e li ha poi pubblicati su Nature.

In totale quattro boscimani hanno donato il proprio genoma alla scienza: !Gubi, G/aq’o, D#kgao e !Aýˆ (se non sapete come pronunciare questi nomi non preoccupatevi, le lingue in cui vengono pronunciati di solito sono tra le più antiche del mondo e contengono suoni peculiari, detti clicks, che non sono presenti in nessun altro idioma) e sono tutti membri molto anziani delle loro tribù scelti per idioma parlato, locazione geografica e aplogruppi presenti nel cromosoma Y. A questi va aggiunto Desmond Tutu, un vescovo i cui antenati rimandano i due più grandi gruppi sudafricani del ceppo Bantu: i Tswama i i Nguni. I genomi di questi cinque individui sono stati comparati con la sequenza di riferimento in cerca di polimorfismi dei singoli nucleotidi, trovando ciò che ci si aspettava, ovvero la conferma della grande variabilità genetica africana e sudafricana in particolare (attestata dall’alto numero di differenze dei singoli nucleotidi), ma anche qualche dato interessante che non si era preventivato.

In generale molte delle peculiarità del loro genoma si spiegano col loro peculiare stile di vita: quello di cacciatori raccoglitori è un “mestiere” che solo i boscimani e pochi altri popoli al mondo fanno ancora, e porta con sé alcune necessità ben riflesse negli adattamenti peculiari di queste genti. Esempi ne sono varianti che garantiscono migliori abilità nello sprint o nel riconoscere certi sapori amari nelle piante (spesso indizi importanti della loro tossicità). Tutte le differenze nucleotidiche sono state comparate anche con i nucleotidi omologhi presenti nel genoma dello scimpanzé, per valutare quanta di questa differenza si fosse originata dopo la differenziazione delle altre etnie da quelle sudafricane; a differenza di quanto ci si aspettasse, il genoma dei popoli più antichi della nostra specie non riflette i nostri antenati molto meglio del nostro, ma mostra invece come anche la loro linea abbia accumulato parecchie variazioni nei millenni.

Alcune varianti nucleotidiche trovate sono però più interessanti ancora: la variante che negli europei è associata alla sindrome di Wolman (che impedisce di accumulare adeguatamente le riserve di grasso e uccide in giovane età) è presente ad esempio in uno dei boscimani, che nonostante l’età avanzata è però decisamente in ottima salute. Proprio per questo è tanto importante estendere la copertura del progetto genoma, che ad oggi possiede dati relativi quasi esclusivamente a genomi di individui europei, al maggior numero di popoli possibile: solo conoscendo approfonditamente la variabilità interna alla nostra specie la ricerca medica potrà beneficiare della potenzialmente utilissima messe di dati proveniente da questa linea di ricerca.

Riferimenti:
Stephan C. Schuster et alii, “Complete Khoisan and Bantu genomes from southern Africa”, Nature 463, 943-947 doi:10.1038/nature08795

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Ulteriori evidenze di cultura tra gli scimpanzé

Vecchi strumenti, nuove soluzioni

pezzo originalmente pubblicato su Pikaia

Le informazioni su come il nostro organismo debba “costruirsi” sono contenute nel nostro genoma, ma cosa poi faccia in vita dipende anche da un altro tipo di informazioni: quelle che ci vengono tramandate in vita dagli altri membri della nostra specie ovvero, per dirlo con una parola sola, dalla cultura. Questa definizione “in senso lato” di cultura come trasmissione non genetica di informazioni potrebbe stare un po’ stretta a chi è abituato ad associare il termine alle vette più alte della produzione intellettuale umana, ma da un punto di vista strettamente naturalistico ha il pregio di essere concisa ed efficace e, cosa ancora più interessante, permette di impostare un discorso evoluzionistico: la cultura in questo senso diventa un mezzo utilissimo che gli esemplari molte specie utilizzano per scambiarsi informazioni utili alla sopravvivenza attraverso le rapide vie orizzontali dell’apprendimento e dell’imitazione, invece che aspettare il lento procedere delle mutazioni genetiche che operano le loro modifiche solo generazione dopo generazione.

Da quando questa visione “semplificata” di cultura ha preso piede tra gli studiosi del comportamento animale numerose altre specie oltre alla nostra hanno dimostrato di affidare una buona parte delle loro chances di sopravvivenza a questa impagabile capacità, e quelle che ne fanno l’uso più variegato sono quelle che somigliano di più all’uomo: le scimmie antropomorfe. Gli scimpanzé in particolare sono un interessante esempio di questa grande capacità culturale dei primati superiori, dato che le varie popolazioni africane variano molto per le tradizioni esibite, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo di strumenti. Tecniche e strumenti esibiti da ognuna di esse non sono difatti ubiqui, e molte di loro ne hanno di esclusivi; esattamente quello che ci si aspetterebbe se fossero stati scoperti una volta e poi trasmessi, invece che far parte del repertorio “naturale” della specie. Nonostante l’ormai notevole messe di dati a disposizione, però, ancora non c’è consenso totale sull’opportunità di considerare “culture” i diversi insiemi di tecniche e strumenti, e i critici invocano solitamente le altre possibili cause di tali diversità: ecologiche (es. nella tal zona non si schiacciano le noci con le pietre perché non ci sono le noci) o legate alla differenziazione in tre diverse sottospecie degli scimpanzé africani. Per questi motivi il recente lavoro, pubblicato su Current Biology, di Zuberbühler e colleghi dell’università di scozzese St. Andrews, nel quale sono state comparate le popolazioni di scimpanzé residenti nelle foreste di Kibale e Budongo in Uganda è particolarmente utile per dirimere tali questioni.

Per evitare le critiche classiche di cui si è detto sopra il gruppo di ricercatori ha analizzato due popolazioni appartenenti alla stessa sottospecie (Pan troglodytes schweinfurthii) e ha fornito ad entrambe lo stesso stimolo: del miele contenuto in buchi praticati su alcuni ceppi, che richiedevano pertanto di essere approcciati con un qualche tipo di strumento. Mentre gli scimpanzé di Kibale, però, sono già abitualmente usi ad estrarre il miele dagli alveari tramite di bastoncini, quelli di Budongo non hanno mai mostrato nessuna competenza tecnologica di questo tipo, anche se fanno largo e variegato uso di spugne ottenute da foglie masticate, principalmente per recuperare l’acqua dalle cavità degli alberi.

Come ci si aspettava solamente gli scimpanzé di Kibale hanno prontamente imparato ad estrarre il miele con dei bastoncini, la tattica sicuramente più efficace che si potesse applicare, ma quello che davvero ha colpito gli studiosi è il fatto che gli scimpanzé della foresta di Budongo abbiano anch’essi cercato di estrarre il miele facendo ricorso alla strumentazione che già possedevano: preparate delle spugne come se dovessero recuperare dell’acqua hanno provato poi a utilizzarle per estrarre il miele, ottenendo peraltro qualche risultato. Oltre a provare la necessità per uno scimpanzé che una certa tecnica faccia parte del proprio bagaglio culturale per poterla utilizzare, quello che era il vero scopo dell’esperimento, il lavoro di Zuberbühler e colleghi ha quindi permesso anche di osservare quanto sia importante il proprio retaggio culturale queste antropomorfe, che vi fanno affidamento ogni volta che si presenta loro un nuovo problema da risolvere.
Riferimenti:
Thibaud Gruber, Martin N. Muller, Pontus Strimling, Richard Wrangham, Klaus Zuberbühler, “Wild Chimpanzees Rely on Cultural Knowledge to Solve an Experimental Honey Acquisition Task”, Current Biology – 17 November 2009 (Vol. 19, Issue 21, pp. 1806-1810)

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